La mano: impatto dell’uomo sul territorio dell’Appennino

 

L’immagine degli alberi, perlopiù privati delle proprie foglie dall’inverno, accompagna il mio viaggio. E’ già mattina, le sette passate, il buio ed una densa nebbia permettono di vedere soltanto pochi particolari della strada che collega Firenze a Bologna. A momenti, interrompono il buiore alcuni cartelli stradali illuminati, tra le poche fonti di luce su questo tratto di autostrada.
Comincia ad albeggiare e la luce attesa svela gli elementi caratteristici del paesaggio urbano, incastonati tra quegli stessi alberi, che facendosi progressivamente più radi lasciano il proprio spazio a piccoli agglomerati di case, fabbriche da cui fuoriesce costantemente del fumo e imponenti ponti autostradali. Un paesaggio che si mostra poco uniforme, mescolando il naturale verde bruno a colori estranei, artificiali.

Mi torna in mente la volta in cui un amico ha percorso la medesima tratta, a piedi, passando attraverso quei boschi, sugli stessi monti traforati sotto i quali sto passando. Oggi stesso, come quando ne abbiamo discusso al suo ritorno, mi soffermo a pensare all’intervento dell’uomo sull’ambiente naturale dell’area.
Sull’argomento, con particolare riferimento a questa tratta, si è scritto molto negli ultimi anni. Tra tutti, penso al lavoro di WuMing2 “Il sentiero degli Dei”, racconto del cammino intrapreso dall’autore, lungo delle sottili linee di separazione tra lo studiato, il vissuto e l’immaginato. Di questo libro ricordo sempre l’incalzante citazione iniziale di Eugenio Turri: “ogni atto sul territorio è un atto politico” – tratta dal suo saggio “La conoscenza del territorio: metodologia per un analisi storico-geografica”. Nel suo libro, il geografo veronese elabora il concetto secondo cui tale atto è da ritenersi politico poiché coinvolge la società, che su quello stesso territorio vive ed opera, trasformandolo ed alterandolo in base ai propri interessi.

L’atto di sfruttamento incontrollato di quest’area appenninica è solo uno degli esempi enumerabili nel contesto italiano, frutto di un deviato processo di antropizzazione della natura, volto al mero scopo utilitaristico. In questo senso, nel corso degli anni, l’uomo ha inciso fortemente – WuMing2 parla di una vera e propria “lotta contro l’Appennino” –  sull’ambiente della zona per perseguire i suoi interessi: dalla costruzione della linea ferroviaria Direttissima durante il periodo fascista, alla più attuale linea dell’Alta Velocità, alle autostrade che collegano i due capoluoghi. Scrivo di tutto ciò mentre passo attraverso la nuova variante di valico, recentemente inaugurata, su cui si sono sprecate le parole circa il minore impatto ambientale dovuto alla diminuzione dei tempi di percorrenza sulla tratta Firenze-Bologna.
L’Italia, sia essa quella fascista o quella che oggi vuole ripartire, ha fretta di arrivare a destinazione.


Le montagne traforate sono anche diventate sinonimo di ottimi affari grazie alle loro superfici, interessanti in particolare per il mercato dell’energia eolica. Prima di proseguire oltre però, è bene a questo punto chiarire la mia posizione riguardo a quanto detto finora e che dirò. Ovviamente, il mio discorso non vuol essere quello secondo cui qualsivoglia progresso della civiltà vada accantonato a priori, in nome di un impossibile e fatuo ritorno allo stato naturale delle cose. Ciò che sostengo e in cui di fatto credo è che tutti gli interventi sull’ambiente debbano tener conto non esclusivamente delle leggi attuali in materia, ma essere guidati al contempo dalla riflessione scientifica e dall’aperto dibattito con chi di fatto vive e opera in quei contesti, superando la logica che fa primeggiare soltanto i “puri giochi clientelari”, per rifarsi nuovamente alle parole di Turri. Da questo punto di vista, i casi dello sfruttamento dell’energia eolica in due delle valli attraversate dal cammino degli dei, la Val di Sambro e la Val di Sàvena, è esemplare.

Il discorso qui si complica – “s’apre il dibattito” diceva quello – perché il tema dell’energia prodotta dagli impianti eolici è un terreno particolarmente scivoloso. Se da un lato, infatti, è indubbio che essa rappresenti una valida alternativa al tradizionale consumo di combustibili fossili, la costruzione degli impianti vitali al suo funzionamento ha mosso critiche da più parti.
In particolare, il caso preso in esame risulta interessante perché racchiude in sé due esempi opposti. Il primo è il rinnovato parco eolico di Monte Galletto; inizialmente composto da dieci aerogeneratori monopala di media taglia, entrato in funzione nel 1999, aveva una potenzialità complessiva di 3,5MW. Nel 2012, nell’attuazione del progetto di riqualificazione dell’impianto, grazie al progresso tecnologico nel campo è stato possibile diminuire a quattro il numero di turbine, mantenendo pressoché inalterata la potenzialità complessiva e usando le basi già presenti evitando dunque nuovi deturpamenti del territorio.
Il secondo esempio, invece, è il progetto presentato nel 2008 per la costruzione di un nuovo parco eolico sul Monte dei Cucchi, poco distante dal precedentemente citato. Il “parco” sarebbe dovuto essere composto da ventiquattro (sic!) generatori ex novo, per cui sarebbero stati necessari ulteriori interventi per il montaggio e la gestione, come la costruzione di una strada asfaltata e l’interramento di un cavo di tredici chilometri in lunghezza. Il progetto è stato definitivamente bocciato nell’aprile del 2011, non dopo una lunga battaglia mossa dagli abitanti della zona.

La sostanziale differenza tra i due esempi è che il primo risulta semplicemente un atto sul territorio  volto al miglioramento di una situazione preesistente, retaggio di un precedente intervento. L’idea di partenza che muove invece il secondo, per cui qualsiasi spazio libero sia da considerarsi un potenziale terreno per edificare nuove imponenti strutture, non può che essere condannata.
In realtà, nessuno dei due esempi citati in questa comparazione può dirsi migliore dell’altro: sebbene il primo sembrerebbe a primo sguardo un modello da seguire – il che è parzialmente vero – anch’esso rimane un intervento altrettanto incisivo sul paesaggio dell’Appennino. Il paesaggio viene qui inteso come la proiezione visiva del territorio, ovvero la duplice percezione della sua forma, in questo caso la montagna, e delle opere che l’uomo ha voluto inserire in esso. Un simile intervento sul paesaggio risulta qui essere incisivo non tanto per questioni di carattere estetico, quanto perché “annulla il senso del luogo”, i suoi segni caratteristici, inserendo in esso un corpo estraneo.

Guardando alle fotografie, si può dunque facilmente individuare ciò che rappresenta l’ingombrante estraneo nel contesto: i tralicci per i cavi dell’elettricità, le costruzioni iniziate e poi abbandonate, gli stessi impianti per l’energia eolica. In estrema sintesi, la mano dell’uomo sul paesaggio naturale.
In conclusione, l’obiettivo qui proposto è invitare chi legge a guardarsi intorno e a ragionare sui luoghi in cui vengono edificate tali opere, poco importa se in contesti naturali o urbani,
scartando il pensiero secondo cui non vi è differenza per conformazione e senso tra ciascun territorio.

Testo: Pietro Casari
Foto: Jacopo Passavanti

Sfoglia la Gallery:

« 1 di 2 »

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *