Il Cammino degli Dei: Da Nettuno a Nettuno

“Quando le tue gambe sono stanche, cammina col cuore” 

Paulo Coelho

1° tappa: Bologna – Brento

Arriviamo in piazza Maggiore a Bologna, davanti alla statua del Nettuno, poco prima delle 7 di mattina, l’aria è ancora fresca e questo ci infonde buona speranza. Poco più avanti ci fermiamo a fare colazione in un bar, il barista è un simpatico uomo sulla sessantina e ci prepara un’ottima spremuta d’arancia accompagnata da due piccoli panini. Quando il nostro accento ci tradisce, entusiasta, ci racconta di alcune sue esperienze vissute nella nostra Firenze in cui due suoi fratelli avevano un negozio di alimentari. Ci indica la strada per San Luca, così paghiamo il conto, meno simpatico del barista (25 euro in tre!) e ci rimettiamo in marcia. Subito dopo Porta Saragoza inizia il lunghissimo e a tratti ripidissimo portico di San Luca che in quasi 4 km conta 15 cappelle e 666 archi. Pare che rappresenti un serpente e alla fine la chiesa della Madonna di San luca rappresenta il calcagno di quest’ultima che schiaccia la testa del serpente. Quando ho visto l’ultima scalinata ho pensato “se riesco a superare questa posso finire il cammino!”, e forse era vero.

Il portico di San Luca, Bologna – ph. Alice Crescioli

Prima di trovare l’ingresso del Parco della Chiusa, detto anche parco Talon, ci mettiamo un po’ di tempo. Sbagliamo strada e, invece di prendere l’entrata del parco sulla destra, tiriamo a dritto e ci infiliamo in un sentiero che sembra dismesso da anni, pieno di erba incolta e sterpaglie. La vista di una grossa vipera proprio di fronte a noi ci fa desistere e decidiamo di tornare indietro. Con un senso di sconfitta e vergogna cediamo alla comodità di Google Maps che ci indica la giusta entrata per il parco. Tutto procede tranquillo fino a dopo la pausa pranzo, sbagliamo di nuovo strada e buchiamo il sentiero indicato dalla guida e dal CAI, quasi tutto il resto della prima giornata prosegue su strada asfaltata. Avendo perso tutti i punti di riferimento, siamo costretti ad affidarci ancora una volta a Google Maps, che infatti non indica sentieri ma solo strade asfaltate. Il cemento emana un calore insopportabile, il caldo inizia veramente a farsi sentire  e le nostre risorse d’acqua iniziano a scarseggiare. Per fortuna incontriamo due uomini di mezz’età, che dopo aver cercato di dissuaderci a finire il cammino preoccupati per la nostra incolumità, ci regalano una bottiglia di Ferrarelle calda e sgasata, impotenti davanti alla nostra convinzione di non arrenderci. Dopo circa un’ora, nel bel mezzo di una ripida salita completamente sotto il sole, inizio a rivalutare le parole dei due uomini di mezz’età. Cediamo di nuovo alla sconfitta e alla vergogna, tiriamo fuori i pollici e iniziamo a fare autostop. Dopo pochi minuti ci carica un ragazzo, ha poco più dei nostri anni, si chiama Fernando, è originario dell’Ecuador e lavora come rappresentante per un’azienda di giocattoli di Milano. Ci facciamo portare fino alla fine della salita e dopo poco riusciamo finalmente a uscire dalla strada in asfalto e ricongiungerci con il sentiero. Siamo vicini a Brento quando sento il verso di quello che sembra essere un grosso cane arrabbiato, intimo ad Alice e Isabella di spostarsi per sicurezza dall’altro lato della strada.

Vista panoramica a pochi km da Brento – ph. Jacopo Passavanti

Finalmente troviamo un pratone poco sopra Brento e decidiamo di accamparci. Dopo 36 km e più di dieci ore di cammino togliamo finalmente gli scarponi e gli zaini, le nostre spalle sono a pezzi e i piedi doloranti pieni di vesciche. Una ragazza che passa di lì con la macchina si offre di darci un passaggio al paese dove possiamo mangiare qualcosa. Ci racconta che è a Brento solo da 9 mesi e che lavora alla riserva faunistica di animali esotici proprio sotto al luogo in cui ci siamo accampati. Così viene fuori che il verso di prima non proveniva da un grosso cane arrabbiato ma da un “grosso micione”, un leone per l’esattezza.

2° tappa: Brento – Madonna dei Fornelli

Alle 5,15 di mattina vengo svegliato da Alice, mi ricorda che dobbiamo rimetterci in cammino. La nostra strada continua verso Monzuno, 1° tappa della giornata. Non riusciamo a trovare niente di aperto per fare colazione, così decidiamo di mangiare un po’ di frutta secca dalla nostra scorta di cibo. All’inizio del sentiero incontriamo un altro viandante, si chiama Raffaello, è sulla quarantina e sembra molto più esperto di noi. Ci dà qualche dritta per continuare il cammino e poi scompare su per il sentiero con il suo passo svelto con cui noi non possiamo competere. Percorrendo un sentiero in mezzo al bosco superiamo quella che un tempo era la Linea Gotica. È incredibile quanta storia racconta questo sentiero. In una piccola frazione poco prima di Monzuno, affamati per la scarsa colazione, ci fermiamo all’osteria Gustavino e Passalacqua. Il proprietario, simpaticissimo ristoratore e scrittore di 25 libri di cui 10 gialli, ci chiede se siamo noi che abbiamo dormito in tenda sopra la riserva faunistica. Abbastanza straniti rispondiamo di sì e allora ci passa un fogliettino. È di Raffaello, ci ha lasciato il suo numero proponendosi di prenotarci un posto nel rifugio che ha scelto per passare la notte.
Poco dopo arriviamo a Monzuno, nella piazza principale c’è una scultura in legno rappresentante un albero dove tutti quelli che fanno il cammino lasciano una scritta o un pensiero. Con la penna disegno il logo di Crocevia con annessa data del giorno. Ci fermiamo in paese per il pranzo e alla farmacia del paese compriamo dentifricio e crema solare che ci siamo dimenticati a Firenze. Quindi ripartiamo in direzione Madonna dei Fornelli.

Località Croci – ph. Jacopo Passavanti

A questo punto stiamo imparando i trucchi del viandante, come regolare il fiato e darsi il ritmo con le racchette, strumenti che si sono rivelati fondamentali. I nostri occhi si sono abituati a riconoscere i segnali del CAI e abbiamo smesso di perderci, con grande orgoglio e soddisfazione non abbiamo più avuto bisogno di Google Maps. Siamo su monte di Venere davanti a una grossa antenna che si erge imponente sulla cima del monte, quando un uomo di circa cinquant’anni ci ferma dicendoci “scusate non voglio darvi fastidio, ho solo bisogno di contatto umano!”. E’ molto triste ma all’inizio non ci spiega il perché, parla molto di sé, di come è arrivato dalla Romania quando era un ragazzo e come è finito a vivere a Monzuno. Tra un sorso di birra, che si è portato dietro, e l’altro si sfoga, pronuncia qualche frase confusa su una sorella morta, probabilmente di recente, perché questa sembra essere la causa della sua profonda tristezza. Da questo punto inizia a esporre la sua teoria secondo cui  se venissero dati più fondi al Ministero dell’Istruzione, ne occorrerebbero molti meno per quello della giustizia, non riesco a dargli torto. L’incontro e la discussione sono molto interessanti ma purtroppo abbiamo le ore contate prima che faccia buio e dobbiamo rimetterci in cammino. Lo salutiamo e ci rimettiamo sulla nostra strada. Il male ai piedi torna a farsi sentire, passiamo per la cima di un monte circondato da pale eoliche. Il vento qui tira fortissimo e dobbiamo puntarci con le racchette per non farci spostare.

Sulla strada per Madonna dei Fornelli – ph. Alice Crescioli

Appena passato il Monte del Vento incomincia una lunga strada di ghiaia che in poco più di un’ora ci porta a destinazione. Madonna dei Fornelli è un paesino di poche strade e qualche anima, non sappiamo bene dove accamparci, non vediamo prati nei dintorni e non vogliamo spendere soldi per l’hotel. Decidiamo di dirigerci alla birreria di cui abbiamo visto la pubblicità lungo l’ultima parte di cammino per chiedere informazioni e già che ci siamo ci prendiamo anche delle birre fresche e un panino. Il proprietario detto Ceppo, perfetta descrizione del suo corpo, è un uomo di 65 anni e come molti che abbiamo incontrato sulla via, non vede l’ora di raccontarci la sua storia. Prima di consigliarci il campo sportivo per accampare le tende, ci parla dei suoi anni passati in Brasile dove ha sposato una ragazza del posto con cui ha avuto quattro figli, di come ha aperto il suo bar e di come poi è passato a suo figlio. Prima di salutarci ci regala un sacchetto di castagne raccolte da lui. Così si conclude la nostra seconda giornata di cammino: tre stanchi viandanti, due tende e un campo da calcio…

Jacopo

3° tappa: Madonna dei Fornelli – Passo della Futa

…Ci svegliamo con un’oretta di ritardo sulla tabella di marcia dopo una nottata un po’ movimentata a causa dell’umidità ma non ci facciamo scoraggiare, pronti ad affrontare un nuovo giorno di cammino. Colazione veloce al bar della piazza principale, rifornimento acqua e partiamo alla volta de “Il passeggere”, circa a metà della tappa.
Sapevamo che i primi km sarebbero stati impegnativi ma fortunatamente il clima è dalla nostra parte e quasi tutto il sentiero è coperto dal bosco. La flora cambia velocemente con l’altitudine e da una distesa di castagni ci ritroviamo in una fresca abetina, scollinando finalmente il Monte dei Cucchi. Ci fermiamo a mangiare una buona zuppa di fagioli davanti al panorama mozzafiato e dopo un piccolo bivacco proseguiamo il nostro cammino ancora più carichi di prima.

Un crocevia sul sentiero – ph. Isabella Pugliese

Questa è sicuramente la tappa più importante a livello storico, ci imbattiamo infatti in un tratto della famosa Flaminia Militare. La strada è stata portata alla luce da due appassionati di archeologia, Cesare Agostini e Franco Santi, dopo due anni di ostinate ricerche a vuoto dal primo ritrovamento di Franco, una vecchia moneta di epoca romana in una cava a Monte Bastione. Scontratisi a lungo con il mondo accademico che ne negava la presenza in quella zona e derisi dagli abitanti del luogo, il 25 agosto 1979 trovarono finalmente il primo metro di basolato della Flaminia Militare. Affascinati da ciò che abbiamo appena visto, continuiamo il percorso, superando un bosco di betulle e una lunga discesa di ciottoli e pietre in seguito, dove numerosi ciclisti ci sfrecciano accanto come antilopi. All’uscita del bosco facciamo il nostro primo incontro, Gabrio, un ragazzo con un cagnolino che ha deciso di farsi una corsa tra i boschi vicino casa sua. Anche qui la fortuna è dalla nostra parte poiché Gabrio ci farà notare qualche km dopo che avevamo sbagliato strada e ci indirizza verso il campeggio del Passo della Futa. Se fosse stato per noi, distratti dalle favole sugli hobbit che ci stavamo raccontando, sentendoci come in un racconto di Tolkien, saremmo arrivati probabilmente fino a Firenzuola prima di renderci conto che ci stavamo perdendo.

Vecchia cascina abbandonata – ph. Jacopo Passavanti

Ci fermiamo quindi al campeggio e per la prima volta ci concediamo una bella doccia rigenerante. Qui, incontriamo alcuni ragazzi che come noi stanno facendo il cammino in una direzione o nell’altra e dopo qualche birra, racconti e un sorso di grappino della buonanotte, ci ritiriamo nelle nostre tende, non prima però di chiedere qualche coperta allo staff poiché nuovamente avevamo sottovalutato le temperature e l’umidità dell’Appennino. Puntiamo la sveglia alle 6.30, visto che i km da fare il giorno successivo sarebbero stanti molti di più, e ci addormentiamo stanchi ma felici.

4° tappa: Passo della Futa – San Piero a Sieve

La meta di oggi è San Piero a Sieve ed iniziamo subito motivati, anche se la stanchezza accumulata inizia a farsi sentire. La prima parte del cammino attraversa un fitto bosco sopra il crinale della montagna e ci conduce ad una meravigliosa vista dalla cima del monte Gazzaro, dove sul libro dei viandanti ritroviamo la dedica di Gabrio che con il fedele compagno è passato da lì appena un quarto d’ora prima di noi.

In vetta al Monte Gazzaro – ph. Jacopo Passavanti

Dopo aver scollinato, riscendendo il monte, si apre davanti a noi all’orizzonte la vallata del Mugello con il lago di Bilancino, bacino idrico di Firenze. La sensazione di star veramente percorrendo a piedi la strada di casa ci riempie di adrenalina e, a passo sostenuto, andiamo avanti ancora più motivati di prima. Dopo una breve sosta per pranzare facciamo due calcoli del percorso che ci resta e sembrano esserci solo 8 km da fare, di cui soltanto tre nel bosco. Restiamo quindi piacevolmente sorpresi della nostra andatura e pensiamo di prendercela più comoda ma dei nuvoloni grigi all’orizzonte non ci fanno stare troppo tranquilli e, dopo un paio di scambi di opinione, decidiamo di ripartire subito per uscire dal bosco il prima possibile. Un paio di km più tardi scopriamo che in realtà la strada da fare è molta di più di quella che avevamo calcolato e che ci aspetta un’infinita discesa prima di arrivare al paesino di Sant’Agata, ad una decina di chilometri di distanza da San Piero a Sieve.

Vista sui campi intorno a San Piero a Sieve – ph. Jacopo Passavanti

Con le ginocchia un po’ doloranti e ormai vicini alla meta, chiediamo un passaggio ed un gentilissimo fiorentino sulla quarantina ci raccatta, porgendoci susine fresche e offrendosi di portarci a prendere un gelato con la sua famiglia una volta arrivati a San Piero. Purtroppo le gelaterie erano tutte chiuse, salutiamo quindi il nostro amico e ci dirigiamo verso il parco lungo la Sieve dove, intenti a piantare le nostre tende, incontriamo nuovamente una coppia di ragazzi che avevano incrociato qualche km prima. Si chiamano Ludovica e Alessandro e si rivelano subito molto simpatici, piantano la tenda accanto alla nostra e dopo una serata tra chiacchiere e birre ci rendiamo subito conto che quell’incontro sarà il più significativo di tutto il cammino: per l’empatia che si era creata, gli interessi in comune e le belle persone che si sono rivelate. Andiamo a dormire sempre più appagati da questo viaggio…

Alice

5° tappa: San Piero a Sieve – Olmo

…Casualmente ci svegliamo alla stessa ora dei nostri nuovi amici e tutti insieme iniziamo questa penultima giornata di cammino. Arrivati in piazza Colonna, prendiamo la lunga salita sotto il sole che porta al Castello di Trebbio e tra una chiacchiera e l’altra ammiriamo le viste pazzesche che ci offre il panorama su San Piero a Sieve. La strada inizialmente in asfalto diventa sterrata; sappiamo già che sarà la parte più tosta di tutto il cammino ma ci facciamo forza e finalmente arriviamo al sentiero nel bosco.

Costeggiando il Castello di Trebbio – ph. Alice Crescioli

Ci rassicuriamo che per i prossimi km il sole non sarà il problema principale bensì la ripida salita, eppure andando sempre più avanti ci accorgiamo che non sarà vero perché il calore si fa ben presto sentire. A metà salita si apre davanti a noi un grande prato verde dove con nostra gioia e sorpresa ritroviamo i nostri amici Ludovica e Alessandro; insieme mangiamo e ci godiamo il relax di un’ora, prima di continuare il viaggio per Monte Senario. Se prima era dolcemente in salita, la strada adesso si fa più dura. Sappiamo che la quantità d’acqua andrà dosata continuamente ad ogni piccola sosta perché il caldo è davvero afoso e la fatica si farà sempre più sentire. Ci incoraggiamo a vicenda soprattutto lungo gli ultimi 3 km che si fanno ancora più ripidi e tosti. Il bosco torna a venire incontro ai nostri occhi, i panorami si fanno potenti e una sorta di acquarello a tinte forti ci accompagna verso la cima del monte, dove iniziamo a scorgere il convento. Un luogo di eremitaggio un tempo, oggi è location ideale per foto panoramiche, relax e picnic. Il convento è tra più importanti santuari di tutta la Toscana, fondato da sette nobili fiorentini diventati poi i Setti Santi fondatori dell’ordine dei Servi di Maria, nel 1234. Dopo un meritato riposo e un gelato al bar della terrazza panoramica del convento, salutiamo i nostri amici di viaggio le cui strade purtroppo si dividono; loro hanno come destinazione Bivigliano e noi Olmo. Ci promettiamo però che non è un addio ma un sentito arrivederci e che li rivedremo a Firenze una volta arrivati. Riprendiamo il cammino e dopo qualche km di strada provinciale, la guida ci consiglia di tagliare per un sentiero non segnalato ma battuto. Scopriamo subito il motivo perché dopo aver percorso per dieci minuti questa deviazione dentro un boschetto di abeti, si apre davanti a noi un panorama mozzafiato: Fiesole e Firenze viste nitidamente da lontano, incorniciate dal cielo tinteggiato di rosso e da un dorato campo di erba secca che si stende lungo tutto il passaggio. Scattiamo numerose foto e, ancora incantati dal paesaggio, scendiamo verso Olmo/Fiesole.

L’ultima parte di sentiero prima dell’Olmo – ph. Isabella Pugliese

Arrivati al bivio  per Fiesole, per un istante, presi dalla foga del momento e dalla voglia irrefrenabile di giungere a casa in mattinata, pensiamo di tentare il cammino di notte. Desistiamo vista la tarda ora e scendiamo giù per 1 km fino all’Omo, con la speranza di trovare uno spazio dove poter montare le tende e rilassarci completamente. In fondo alla discesa, ci godiamo silenziosamente un meraviglioso tramonto su Firenze e i pensieri cominciano a vagare nelle nostre menti. Non riusciamo ancora a credere che siamo quasi arrivati alla meta e siamo increduli del fatto che solo cinque giorni prima abbiamo cominciato questa bellissima esperienza. In quel momento esatto un senso di pace e serenità è sceso su di noi. Senza aver neanche mangiato, ci dirigiamo verso il ristorante del luogo, unico posto aperto dove poter bere qualcosa, e prendiamo una brocca di vino per brindare all’ultima sera insieme e alla fine ormai del viaggio. Dopo due bicchieri ci ritroviamo ubriachi e felici. Successivamente tra una risata e l’altra montiamo le tende e, dopo aver cantato e mangiato sotto la luna, ci addormentiamo come bambini, pronti per l’ultimo giorno del cammino.

6° tappa: Olmo – Firenze

Anche oggi sveglia all’alba, decisi ad arrivare a Firenze per l’ora di pranzo. Risaliamo 1 km per fare colazione ad un bar che abbiamo visto lungo la strada il giorno prima ma proprio quel giorno è chiuso. Un po’ preoccupati di non riuscire a trovare il cibo e soprattutto l’acqua lungo il cammino, decidiamo di scendere fino al ristorante per riempire le borracce e ci riempiamo le tasche di merendine, che saranno la nostra colazione del giorno. Ancora un po’ carichi di tensione per la preoccupazione iniziale, risaliamo fino al bivio incontrato la sera prima e imbocchiamo il sentiero 2 in direzione Poggio Pratone. Dopo aver passato il cartello del comune di Pontassieve, riprendiamo il sentiero al termine del quale si apre davanti a noi il Poggio Pratone. Al centro si trova un bell’esemplare di pino con una lapide e qui ci prendiamo una pausa per bere acqua e mangiare frutta secca. Scattiamo qualche foto e ripartiamo con qualche forza in più.

Poggio Pratone – ph. Jacopo Passavanti

Superiamo un ripetitore per le telecomunicazioni e raggiungiamo una strada asfaltata, lungo la quale, dopo aver oltrepassato la chiesa di San Michele, ammiriamo uno splendido panorama su Fiesole. La strada è molto trafficata e bisogna fare attenzione alle macchine che sfrecciano lungo i tornanti. Tra una sosta e l’altra proseguiamo a diritto verso Fiesole. Scendendo verso la piazza principale del paese, cominciamo realmente a renderci conto che stiamo giungendo a destinazione. Quella che ci accomuna improvvisamente è una duplice sensazione di smarrimento e stupore. Ci sentiamo come viandanti venuti da lontano, noi stessi stranieri in quella cittadina che conosciamo fin troppo bene perché frequentata diverse volte nella vita. Finalmente mangiamo e beviamo presso un bar della piazza e ci rilassiamo sugli scalini del palazzo del Comune. Lasciandoci la cattedrale alle nostre spalle, imbocchiamo una strada larga che scende. Poco dopo ci troviamo di fronte ad una stradina stretta a senso unico che scende ripida tra alte mura: è la via Vecchia Fiesolana. Colma di fascino antico, offre anche uno scorcio su Firenze davvero notevole, perfetto per contemplare la meta finale del viaggio. La via Vecchia Fiesolana rappresenta il percorso più giusto per raggiungere a piedi il capoluogo toscano ed è stata chiamata così dopo il 1840, quando venne costruita una nuova strada tra Firenze e Fiesole.

Vista panoramica su Firenze dalla Vecchia Fiesolana – ph. Alice Crescioli

Stando attenti alle macchine che sfrecciano lungo i tornanti, arriviamo in fondo alla strada, dove oltrepassiamo il Convento di San Domenico e troviamo finalmente il cartello che segnala l’inizio di Firenze. Una foto qui sotto è obbligatoria per testimoniare l’arrivo ormai in corso. Imbocchiamo così via San Giovanni Boccaccio che si snoda tra splendide ville e giardini di ulivi. Una volta arrivati in una zona più moderna, passiamo per una strada molto grande che costeggia le rive del torrente Mugnone. L’emozione inizia a farsi sentire: stiamo per arrivare a casa. Giunti in zona Piazza delle Cure, superiamo la ferrovia passando dalle scale del sottopassaggio e arriviamo in Piazza della Libertà, sempre molto trafficata, soprattutto a quell’ora di punta. Dopo il viale ci inoltriamo nelle vie interne del centro e intravediamo davanti al noi il campanile di Santa Maria del Fiore. Le strade del centro storico non sono come le abbiamo lasciate: essendo stati abituati alla pace e alla calma della natura dei giorni precedenti, tutto ci appare molto caotico e irrequieto. File di turisti ovunque, caldo alle stelle e clacson di autobus e macchine accompagnano il nostro arrivo. Quelle stesse strade sono cariche di rumori assordanti che non udiamo solo da sei giorni ma che a noi sembrano ormai diventati mesi. Dopo venti lunghi minuti ci troviamo finalmente di fronte a Palazzo Vecchio, in Piazza della Signoria.

Isabella

Arrivo al Nettuno di Piazza della Signoria, Firenze – ph. Alice Crescioli

Ce l’abbiamo fatta, Bologna – Firenze da Nettuno a Nettuno! I km sono stati tanti e la fatica anche ma ogni goccia di sudore è valsa l’emozione provata lungo la strada. Ci lasciamo fotografare da un turista di passaggio, proprio sotto alla Fontana del Nettuno, così che il ricordo rimarrà sempre non solo nei nostri archivi ma soprattutto nei nostri cuori.

Jacopo Passavanti

Alice Crescioli

Isabella Pugliese

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