Sziget: the island of freedom

E’ estremamente difficile raccontare a parole cosa significhi vivere sull’isola di Obuda, a Budapest, per l’intera settimana di Ferragosto. O meglio, non è tanto difficile raccontarlo, quanto far sì che il racconto sia in grado di trasmettere le sensazioni e le emozioni che si provano in quei sette giorni di follia a chi non ha avuto la fortuna di trovarcisi. In quella settimana la capitale ungherese diventa il crocevia più grande e variegato al mondo, in cui persone provenienti letteralmente da ogni angolo del pianeta si incontrano per dar vita a quello che è sicuramente uno dei festival musicali più importanti che esistano. Nei suoi 24 anni di vita, infatti, lo Sziget ha visto la partecipazione degli artisti più famosi del mondo, di tutti i generi e di qualsiasi provenienza, dando modo anche a musicisti meno noti di farsi conoscere e di salire alla ribalta. Ma ciò che più impressiona sono i numeri del pubblico: nella scorsa edizione è stato registrato l’accesso di quasi mezzo milione di persone, molte delle quali sono rimaste sull’isola per l’intera settimana di programmazione.

K-hid, ponte di accesso all’isola di Obudo che ospita lo Sziget

L’interezza del festival si svolge, come detto, in questa isola che si trova in mezzo al Danubio, un lembo di terra lungo circa due chilometri e mezzo e larga poco più di seicento metri. In questo spazio, per una settimana, è come se si creasse un mondo distaccato e parallelo da tutto ciò che è al difuori di essa. Centinaia di migliaia di persone che si assentano dal mondo, dalla quotidianità, abbandonando rigide convenzioni sociali e riscoprendo la genuinità di uno spirito comunitario. Si dissolvono le categorizzazioni e le divisioni che dominano la società e tutti si riscoprono parte di una collettività di individui accomunati dalla passione per la musica. La provenienza, l’orientamento sessuale o religioso o l’appartenenza politica diventano tutti elementi insignificanti, dettagli senza una minima valenza. Ogni volta che si incrocia lo sguardo con qualcuno immediatamente un sorriso si stampa sulla faccia. Ho visto centinaia di persone salutarsi o abbracciarsi senza essersi mai visti prima e senza conoscere nemmeno il nome della persona a cui avevano appena dimostrato un tale affetto, mescolando il sudore e la polvere che si attaccava alla pelle ad ogni passo fatto sull’isola. Il mondo inizia e finisce laddove la terra di Obuda incontra le acque del Danubio ed ogni persona che vi è dentro è né più ne meno uguale a sé stesso. Perché è proprio questa la bellezza dello Sziget ed è proprio questo che distingue questo festival da un concerto qualunque, ossia quell’aria di comunità che si respira in ogni momento che vi si trascorre. Grazie alle infinite interazioni che si hanno sia con le altre persone sia con le attività che vi avvengono, ciascuno è in grado di sentirsi allo stesso tempo spettatore ed artefice in prima persona di un evento unico. Come se nel proprio piccolo ognuno contribuisse a rendere incredibile questo posto, dandogli qualcosa in più. Nessuno è indispensabile, ma tutti sono importanti.

Aspettando l’inizio dei concerti al Mastercard World Music Stage
“Where are you from?”

Accampando la propria tenda dove capita accanto a migliaia di altre tende, si beve e si mangia e ci si abbandona ad una settimana di musica totale. Con questa espressione intendo dire che è possibile trovare, e anche scoprire, ogni sfaccettatura della musica. Tutti i generi possibili ed immaginabili: dalla classica alla techno, dal folk al metal, dal pop al rap. Sono decine e decine i palchi da cui dall’ora di pranzo fino a notte fonda risuona ininterrottamente musica, che sia fatta da dj o da gruppi dal vivo. Ogni palco ha un indirizzo musicale caratteristico sul quale però si alternano artisti molto diversi tra loro, musicisti provenienti da ogni parte del mondo, aventi quindi tratti distintivi propri. E’ impossibile trascorrere una giornata allo Sziget senza aver trovato show di proprio gradimento, proprio perché l’offerta è totale. Anzi, spesso succede l’esatto opposto, ossia che contemporaneamente su palchi diversi suonino artisti che uno vorrebbe vedere ed ascoltare, desiderando come non mai il dono dell’ubiquità. Una delle cose più belle di questo festival è il fatto di poter conoscere e scoprire musica nuova, rimanendo sotto ad un palco ad ascoltare un gruppo che magari non si è mai sentito nominare e che alla fine del suo turno può diventare uno dei propri gruppi preferiti.

Goran Bregovic al Mastercard World Music Stage con la Wedding and Funeral Band
End show di Martin Garrix

Ma lo Sziget non è solamente musica. Oltre ai tanti palchi dove si suona esistono anche un gran numero di stand e di laboratori interattivi che si occupano di tantissime tematiche, dall’arte alla letteratura, dal cinema al teatro, dai giochi di ruolo al puro e semplice svago. All’arte, ad esempio, è dedicata un’intera area dell’isola, in cui è possibile vedere ed apprendere i primi ed elementari rudimenti della scultura e della pittura. Ci sono palchi e tendoni dove si esibiscono artisti di cabaret, illusionisti e giocolieri, teatri in cui si susseguono spettacoli di vario genere e addirittura un circo (senza l’utilizzo di animali). In un edificio di legno, molto pittoresco e caratteristico, si esibiscono vari gruppi di musicisti e danzatori di musica tradizionale magiara, permettendo così di scoprire anche un po’ di cultura locale.

Il ginnasta Sergey Timofeev al Magic Mirror

Se io leggessi questo articolo senza essere mai stato allo Sziget penserei che sia una recensione pubblicitaria, infiocchettata e magari anche esagerata per invogliare chi leggerà ad andarci. In realtà non è niente di tutto ciò, solamente che questo è uno di quei posti per cui non si può veramente comprendere a pieno l’atmosfera surreale che vi domina finché non lo si è assaporato in prima persona. Lo spirito di fratellanza e di festosità, che si impadronisce di ciascuna persona in modo contagioso già non appena ci si trova di fronte al ponte che collega l’isola alla terraferma, è fortissimo, capace di far convivere nella più totale empatia persone che magari nella vita “normale” non hanno niente in comune, né cultura, né idee, né stili di vita. Questo è ciò di cui è capace lo Sziget, ben oltre ciò di cui è capace un qualsiasi altro festival musicale. Non ho avuto la fortuna di poter apprezzare cosa è stato Woodstock, ma sono abbastanza sicuro che questo festival sia quanto di più vicino possa esistere al giorno d’oggi a quell’esperienza, ancora decantata e trattata come una delle cose più belle che sia riuscita a creare la musica. Capace di creare quell’alchimia magica che può superare divisioni, stereotipi, pregiudizi, preconcetti e persino il senso del tempo. A chi importa, in fondo, se è giorno o notte, quando sai di avere una settimana di totale libertà? L’unico parametro sul quale si misura lo scorrere del tempo sono i bit della musica che esce a tutto volume dagli amplificatori, capace di farti sentire libero di essere sé stessi in mezzo agli altri, di liberare quando non addirittura di scoprire il proprio io più profondo troppo spesso relegato ed ingabbiato nel proprio corpo. Non a caso l’isola di Obuda, in quella settimana, si chiama “The island of freedom”.

Lorenzo Berti

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