Raccontami Belgrado

Se dovessimo indicare uno dei valori inestimabili insito nell’esperienza del viaggio, questo è l’accesso al confronto con una moltitudine di società diverse. Lontane o meno che siano, tramite osservazione e dialogo, il viaggiatore ha l’occasione di potersi relazionare con un vissuto a lui estraneo. Sia esso relativo al tessuto sociale o in riferimento all’incontro con un altro individuo: ciò non si limita al mero scambio di informazioni, si riferisce piuttosto alle infinite possibili interconnessioni tra il viaggiatore e il contesto in cui è immerso. Tra chi racconta e chi ascolta.

Questa occasione si è a noi presentata durante un soggiorno nella città di Belgrado, nel Novembre 2015. E’ stato qui che abbiamo incontrato Ana. Con il volto inciso dalle rughe,  si distingueva per una armonia che ben faceva trapelare il suo benessere e una perspicacia tangibile, segno di apertura al mondo.

Beve il suo caffè allungato con acqua calda e, tra un sorso e un altro, si accende una sigaretta. La gusta con piacere, gesticolando con eleganza: testimonial perfetto per una marca di sigarette.
Si può ben immaginare il suo grande fascino in giovane età, se l’è portato dietro negli occhi e il suo portamento da donna convinta non la tradisce. Ricordando quei giorni remoti accenna ai suoi viaggi da ragazza spensierata; itinerari affascinanti percorrendo parte del Medio Oriente. Attraversando Turchia, paesi non ancora devastati come Siria ed Iraq, e poi ancora Giordania fino a rimanere bloccata al confine di entrata per Israele. Riconosce la fortuna di aver vissuto in un paese socialista dove, a differenze di altri, le frontiere erano aperte. “Yugoslavia was a fairytale”, sostiene sommessamente.
Ricorda anche i cambiamenti come viaggiatrice in seguito alle guerre di inizio anni ’90 in Bosnia e Croazia. Le occasioni di dialogo venivano a mancare a causa delle sue origini serbe poiché, così come tanti altri, ritenuta pregiudizialmente colpevole per le decisioni di Milošević.
La sensazione per noi era  quella di aver ricevuto un esclusivo momento di tenera intimità; trasportati dalle sue parole, mentre ci riportava indietro nel tempo e nel suo vissuto. Ma stando a ciò che avevamo avuto modo di capire e conoscere di Ana, si poteva intuire che di riservato a noi vi era ben poco: l’entusiasmo del momento e la determinazione nel racconto semplicemente esprimevano al meglio ciò che si poteva avvertire della sua forte personalità. L’empatia percepita altro non era che il frutto di un’ingente voglia di raccontare e sintomo di un profondo orgoglio per la propria storia. Così dalle sue parole si poteva distinguere una nostalgia, non ridondante né tantomeno melensa – di quelle inclini ad eccessivi sensazionalismi storici – ma consapevole.

 

 

Difficile non parlare del ‘99. Ana ripensandoci si lascia scappare un sorriso, come spesso durante il resto della conversazione. Ci racconta di quei 78 giorni “dominati dal destino” – riportando le sue parole; in questo caso, a recitare il ruolo del destino erano gli aerei della NATO da una parte, il volere di Milošević dall’altra. Addentrandoci nei racconti dei giorni di bombardamento, ricorda: “Passavo le mie giornate in casa, al telefono: in certe situazioni bisogna essere forti. Non tutti riuscivano a reggere alla pressione. Avevamo creato così una fitta rete di telefonate per sostenerci, come una comunità. A chi mi chiamava in lacrime per la paura, rispondevo che se fosse caduta una bomba su di noi era destino che andasse a finire così”.
Prosegue narrandoci della sua famiglia e della sua storia travagliata durante gli anni della guerra del Kosovo, mentre le bombe venivano lasciate cadere sulla città. Rimasta sola con la figlia minore, racconta della sua primogenita negli Stati Uniti e del marito costretto ad una lontananza dettata dal lavoro in giro per l’Europa. Un sorriso più pronunciato le spunta quando ricorda le loro infinite telefonate, unica consolazione.


Alla sua proposta di fare un giro nel quartiere terminiamo i caffè, fuma gli ultimi tiri della sua sigaretta e usciamo. Il suo racconto continua, passando a fatti più attuali. Da qui le nostre domande si concentrano su quello che ci circonda: palazzi in costruzione da tempo, alcuni abbandonati, altri distrutti ma comunque abitati. Nel mentre, passiamo davanti a quello che scopriremo essere un vecchio edificio per eventi sportivi, ormai in disuso.


Riferendosi alle abitazioni, Ana manifesta il suo disappunto quando ci rende partecipi di quella che potremmo definire una non-ricostruzione della zona. Sostiene: “Non essendoci un intervento istituzionale, né tantomeno un adeguato piano regolatore, le persone gestiscono i loro spazi abitativi come meglio ritengono. Né lo stato, né il comune investono per la ristrutturazione di questi edifici. Per cui solo chi aveva il denaro necessario ha potuto fare qualcosa”. Questo concetto ci è più chiaro quando da un edificio semidistrutto, che pensavamo disabitato, un uomo si affaccia per stendere un lenzuolo. Ciò che si nasconde dietro questa non-ricostruzione è collegato direttamente, secondo Ana, ad uno dei principali problemi del paese: la dilagante corruzione nel paese legata alla criminalità organizzata. La Serbia è infatti ostacolata al suo interno da una scarsa trasparenza nella gestione della sfera pubblica, che si riflette nel settore edilizio e quindi della ricostruzione.


Ana cammina a fianco a noi, attenta a farci cogliere ogni dettaglio di ciò che i nostri occhi avrebbero potuto ritenere interessante; lei sembrava godesse di tutto ciò che la circondava e questo appagamento aveva avuto modo di trasmetterlo anche a noi.
Continuiamo  a parlare della città, dei suoi nefasti trascorsi storici e della sua ricchezza. Del resto Belgrado è sempre stata la capitale. Dal regno dei Karađorđević, passando per i massicci bombardamenti subiti durante il secondo conflitto mondiale,  fino al periodo jugoslavo titoista e per le successive derivazioni della Federazione Jugoslava.
Oggi si presenta ai nostri occhi come una città che non ha nulla da invidiare ad una capitale europea, punto di riferimento per l’incontro tra i giovani anche grazie ad una storia contro-culturale attiva e dirompente.

Paola Di Carlo
Pietro Casari

Un pensiero su “Raccontami Belgrado”

  1. L’articolo è fresco ed efficace, manca di facile retorica e si sforza di cogliere gli aspetti più “veri” dell’esperienza vissuta. Indubbiamente la figura di Ana ben sintetizza questa laicità narrativa gestita con sapiente verve giornalistica. Ad majora!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *