Mekong, dove la vita scorreva lenta

Siamo abituati a pensare, al giorno d’oggi, ai fiumi come ad un elemento naturalistico, che impreziosisce la bellezza di un paesaggio rurale oppure quella della cartolina di una città. Raramente, però, pensando ad un fiume ci viene da riflettere sul ruolo vitale che essi ricoprono e sull’importanza che hanno avuto per la vita di intere popolazioni. Intorno ai fiumi hanno iniziato a nascere e prosperare le prime civiltà e le prime città hanno preso forma appoggiandosi proprio alle rive di un corso d’acqua, la fonte primaria per la vita. L’archè, ossia il “principio”, la definiva Talete. Non potendosene privare l’essere umano ha cercato di far sì che gli fosse sempre accessibile e per questo si può dire che sulle rive dei mari e su quelle dei fiumi si è svolta gran parte della storia umana. Per quanto potrà essere mai avanzata la sua tecnologia, niente potrà essere mai più indispensabile all’uomo. In coloro che hanno la possibilità di trovarsi, in vita loro, nella regione bagnata dalle acque del Mekong ciò non può che apparire evidente. La piena consapevolezza di quanto questo fiume sia il protagonista di un’intera regione geografica prende forma nel vedere come l’interezza della vita quotidiana di milioni di persone giri attorno a questo mostro d’acqua che attraversa ben sei paesi del sud-est asiatico (in ordine Cina, Myanmar, Laos, Thailandia, Cambogia e Vietnam), proseguendo la sua corsa dalle vette del Tibet fino al mar Cinese Meridionale per 4.880 chilometri. La sua sorgente nasce talmente nascosta negli anfratti dell’altopiano tibetano che per anni è stata ricercata senza successo e ancora oggi rimane materia di dibattito. Nel corso della sua lunghezza il Mekong assume forme diverse e presenta caratteristiche variegate, tanto che le popolazioni locali gli attribuiscono nomi diversi. In Cina esso viene chiamato Láncāng Jiāng, ossia “fiume turbolento” a causa delle sue correnti molto forti e per la sua possanza, mentre entrando in Laos, dove viene chiamato Mae Nam Khong (letteralmente “Khong, Madre delle Acque”) e percorrendo il Myanmar esso si fa strada attraverso una giungla scarsamente abitata ed accessibile, fungendo da rete di comunicazione principale e vitale, per quanto la navigazione non sia sempre agevole a causa delle rapide impetuose. E’ proprio in Myanmar che i suoi argini si allargano, fino a raggiungere le vaste proporzioni cambogiane e vietnamite: la sua larghezza qui tocca addirittura i 14 km, tanto che i cambogiani lo chiamano Tonle Thom, ossia “il Grande Fiume”, anche perché qui il Mekong si rinforza con le acque del Tonle Sap, uno dei suoi più grandi affluenti nonché il secondo fiume del Paese. Entrando in territorio vietnamita, infine, il fiume si ramifica in nove parti andando a formare il suo enorme delta, per questo i vietnamiti gli attribuiscono il nome Sông Cửu Long, ossia il “Fiume dei Nove Dragoni”. Qui il Mekong abbraccia l’intera parte meridionale del Paese, rendendo quest’area di circa 39.000 km² una delle zone più fertili al mondo, prima di terminare la sua corsa nel mare. I numeri che descrivono la quantità di persone che popola in particolare quest’ultima parte del fiume sono incredibili: solamente nell’area del delta, grande poco più di un decimo dell’Italia, vivono più di 17 milioni di persone, ossia poco meno di un terzo degli abitanti del nostro Paese ed un quinto della popolazione vietnamita, con una densità abitativa quasi doppia rispetto al resto del Paese! Il Mekong alimenta gli infiniti campi coltivati e le risaie che ricoprono gran parte di questi Stati, tanto da collocare il Vietnam tra i primissimi esportatori al mondo di riso.

Il corso del Mekong, che dalle vette tibetane giunge fino al Mar Cinese meridionale. (via Wikimedia Commons)

Le popolazioni che nel corso della storia hanno abitato quest’enorme area hanno sempre vissuto come se il Mekong fosse il centro del loro mondo, come se dipendessero da questo allo stesso modo di quanto dipendevano dal Sole. Ed in effetti è così. A prescindere da tutto il resto, la storia dell’Indocina si intreccia indissolubilmente alla storia di questo fiume imponente. Ci sono state guerre combattute anche per il controllo delle innumerevoli risorse che esso offre e c’è chi sostiene che, purtroppo, altre potranno esserci in futuro. Oltre all’acqua, ovviamente, alla base dell’agricoltura su cui si sostiene quasi totalmente la vita economica e sociale di questi Paesi, esso è anche una diretta fonte insostituibile di cibo, capace di fornire circa 1,3 milioni di tonnellate di pesce all’anno, cosa che rende basilare questo prodotto nell’alimentazione indocinese. Tra il 60% e l’80% delle proteine animali consumate deriva proprio dal pesce, la maggior parte del quale pescato proprio nel Mekong. Ma non solo, il fiume è la principale via commerciale e di comunicazione, date anche le difficoltà nel creare vie alternative a causa del territorio dominato dalla giungla. In poche parole, il Mekong ha totalizzato la vita dell’Indocina.

Una nave da carico trasporta materiale di lavoro lungo il corso del fiume in Vietnam.

Già trovandosi vicino al corso del Mekong si avverte una strana sensazione di sacralità, come se davvero ci trovassimo in presenza di un motore (im)mobile, che scorre inesorabile dando la vita, di fatto, a più di 100 milioni di persone. Il suo scorrere appare lento e silenzioso, quasi impercettibile a volte, nascosto da questo color ocra che lo fa apparire una torbida distesa infinita di fango. Soprattutto da quando il fiume entra in Cambogia, ossia quando le sue rive si allargano e la sua portata diventa straordinaria, in dei momenti sembra di trovarsi di fronte al mare aperto, tanto la sua acqua sembra ferma e piatta. In realtà scorre, scorre proprio come vi scorrono in superficie le giornate delle persone che ci vivono a contatto, che sembrano aver imparato a vivere dal suo lento scivolare dell’acqua, lontano dai ritmi frenetici della vita occidentale e con una semplicità che ormai ci è quasi totalmente ignota. Lungo le rive del Mekong scorre lenta tutta una vita, dagli anni giocosi dell’infanzia a quelli posati della vecchiaia: nell’acqua i bambini giocano a rincorrersi dentro a catini usati come le macchinine a scontro dei nostri Luna Park e le anziane lavano abiti e stoviglie. Nell’acqua si va al mercato, anch’esso galleggiante, e nell’acqua si trasportano materie prime e qualsiasi tipo di oggetti. Tutto avviene bagnato dall’acqua del Mekong. E tutto avviene in una sorta di tempo sospeso, come se il tempo come noi lo conosciamo scandito dalle lancette di un orologio non esistesse. Il tempo lo scandisce lo scorrere dell’acqua del fiume e lo scandisce il suo essere in piena o essere in magra, nelle varie stagioni, modificandone la portata.

Donne che lavano utensili e indumenti nelle acque del Mekong in Vietnam.

Purtroppo nel giro di non molto tempo tutto questo rischia di sparire, o quantomeno potrebbe iniziare a non essere più così. La corsa alla costruzione di decine di dighe studiata da diversi Paesi dell’area potrebbe sì da un lato creare una fonte di energia importante per lo sviluppo tecnologico e per garantire un accesso all’elettricità a tante persone che ad ora ne sono totalmente prive o quasi, ma porterebbe con sé conseguenze devastanti per l’impatto provocato a livello ambientale. I danni che ciò avrebbe sulla qualità e sulla quantità dei prodotti nell’agricoltura e nella pesca sarebbero davvero considerevoli. Già da tempo le condizioni di questo fiume sono state messe a dura prova dall’inquinamento provocato dalla massiccia e rapida industrializzazione in terreni a ridosso dell’acqua, con conseguenti effetti negativi: basti pensare che il Mekong ad oggi rientra nella non invidiabile lista dei dieci fiumi più inquinati al mondo! Tuttavia la situazione potrebbe peggiorare sensibilmente.

Negli ultimi anni il Mekong sta attraversando una preoccupante fase di siccità, tanto che il livello delle sue acque è notevolmente sceso causando non pochi problemi ai contadini e ai pescatori. La produzione di riso ha subito un pesante contraccolpo, con una riduzione della produzione ed un aumento del prezzo che ha ridotto i guadagni legati all’esportazione. Tutto ciò è dovuto in gran parte alla corsa che si è innescata per la costruzione di dighe lungo il suo corso. E’ stato calcolato che il bacino idrico del Mekong sia uno dei più importanti al mondo come potenziale energetico (tra i 27.000 ed i 30.000 Megawatt) e per questo gli Stati che sono bagnati dal suo corso hanno iniziato a volerlo sfruttare anche in questo senso.

Nel 1995 gli Stati attraversati dal Mekong istituirono un’apposita istituzione, ossia la Commissione per il fiume Mekong (Mekong River Commission – MRC), incaricata di garantire una gestione del fiume coordinata, che tutelasse gli interessi di tutti. Fin da subito quest’organo istituì norme più rigorose per la realizzazione di dighe sul fiume, tuttavia il suo controllo è divenuto in molti casi aggirabile. Il fatto che fino agli anni ’90 le dighe sul Mekong fossero 5 e che esattamente 20 anni dopo la nascita della MRC il loro numero fosse salito a 29 la dice lunga… Già anni fa su alcuni progetti la Commissione non ha raggiunto un accordo ma la costruzione è stata comunque portata avanti fino a compimento, primo fra tutti quello sulla laotiana diga di Xayaburi. Sempre il Laos sta procedendo in maniera unilaterale alla realizzazione di nuovi impianti, in particolare uno enorme al confine con la Cambogia. Come si è visto dagli effetti della diga di Xayaburi, la sua realizzazione ha pregiudicato notevolmente la quantità d’acqua che arriva a valle, causando siccità che ha ridotto lo scorrere del limo e dei depositi alluvionali, ossia quei sedimenti necessari alla coltivazione, e la produttività delle colture stesse. Ma non solo, essa ha interrotto anche la migrazione di alcune specie di pesci e, in generale, ha provocato un calo della quantità di pescato.

Pesce lasciato seccare sui tetti delle abitazioni del villaggio cambogiano di Battambang.

L’impatto ambientale che si è avuto laddove le dighe sono state costruite è sotto gli occhi di tutti, tuttavia gli Stati continuano a portare avanti progetti per la realizzazione di decine e decine di nuove dighe. E se in passato essi hanno riguardato gli affluenti, oggi sono mirati proprio al braccio principale. In particolare la Cina, nella quale scorre circa un quarto dell’intero corso del fiume e che raccoglie le acque della prima parte di esso, recita un ruolo importante. Per Niwat Roykaew, presidente del gruppo ambientalista Chiang Khong, «la Cina trattiene con le dighe le acque raccolte nella stagione dei monsoni dai ghiacciai impedendo al livello del fiume di salire come il suo ciclo naturale prevede», portando ad una riduzione dell’acqua che arriva sino al bacino inferiore (Laos, Thailandia, Cambogia e Vietnam). I problemi di siccità che stanno attanagliando il Paese lascia intendere che la risorsa del Mekong sarà sempre più utilizzata in futuro. Senza contare che la Cina non ha mai avuto nemmeno alcuna restrizione formale alla decisione di costruire dighe sul fiume (anche sul corso principale), dato che è sempre rimasta fuori dalla MRC, libera di aumentare la quantità di energia idroelettrica da ricavarne a proprio piacimento. Nel 2014 è entrata in funzione la diga di Nuozhadu, la più grande sin qui realizzata, con una potenza di 5.800 Megawatt, ed entro la fine dell’anno ne saranno attive altre quattro che garantiranno un totale di 6.000 Megawatt. Ma anche il Laos, potendo godere di un forte controllo sul flusso del fiume, ha sviluppato e sta continuando a sviluppare numerosi progetti di dighe e centrali, che dovrebbero portare entro il 2020 alla realizzazione di dieci nuovi impianti. Il Laos, privo di sbocchi sul mare e con un’economia povera, già da tempo ha adottato una strategia con l’obiettivo di diventare un grande produttore di energia idroelettrica, in quantità tali da esportarla, soprattutto in Cina e Thailandia con cui sono già stati stretti accordi. Sono sempre stati la Cambogia ed il Vietnam a fare maggiormente muro contro questa cementificazione selvaggia sul Mekong, essendo quelli che più di tutti venivano a farne le spese essendone gli ultimi fruitori dei benefici portati dal fiume. Come si dice, “beati gli ultimi se i primi sono onesti”. Il fatto è che i primi tanto “onesti” non lo sono, e ultimamente in realtà nemmeno gli ultimi. Come per reazione a catena, infatti, i paesi indocinesi hanno iniziato ad intravedere il rischio che la potenza cinese potesse arrogarsi gran parte di ciò che il Mekong avesse da offrire. Di conseguenza, temendo una forte diminuzione delle risorse idriche disponibili, hanno iniziato a pensare come accaparrarsi ciò che rimaneva a loro portata. Quindi la miccia innescata dalla Cina ha portato anche gli altri Stati a seguire il suo esempio: persino la Cambogia ed il Vietnam stanno iniziando a studiare progetti di questo tipo. Con il serio rischio che questa politica dell’anticipare le mosse del proprio vicino per sfruttare quanto più possibile prima che lo faccia lui abbia ripercussioni devastanti per l’intera regione. Lo stesso Laos, che più attivamente ha intrapreso questa strada, rappresenta una grande contraddizione, in quanto otterrebbe sì dei grandi guadagni dalla costruzione di dighe, potendo diventare un grosso esportatore di energia, ma vedrebbe anche grandissimi danni per la popolazione rurale e per l’attività peschiera a cui sono legati milioni di persone. Non è un caso che le proteste e le azioni legali, ossia le forme possibili di resistenza per gli abitanti, siano diventate molto numerose, anche se quasi sempre inefficaci… Gli interessi più grandi finiscono spesso per sovrastare e schiacciare le esigenze dei più piccoli, anche se queste sono vitali. La corsa all’energia deve andare avanti e allora ecco che il rischio di vedere un Mekong totalmente diverso da ora nel giro di pochi anni si fa molto concreto. In alcune zone il fiume ha già visto diversi abitanti abbandonare i propri villaggi, in cerca di nuove opportunità lavorative. L’intensificarsi di questa tendenza industriale potrebbe far aumentare ed accelerare ancor di più questa trasmigrazione umana verso altre zone dei rispettivi Paesi, che spesso però non hanno molto da offrire essendo territori generalmente poveri.

Un commerciante si reca al mercato galleggiante sul delta del fiume, in Vietnam.

Per secoli il Mekong è stato il riferimento per le popolazioni dell’intera Indocina ed è così che dovrebbe essere anche in futuro, data la sua imprescindibilità. E’ così che vorremmo continuare a pensarlo, come ad un gigantesco snodo umano che dà vita e che mette in contatto milioni e milioni di persone, dove in molti casi si consuma la loro intera esistenza. E’ questa la sua bellezza, una bellezza non convenzionale, che risiede nella storia e nell’importanza ed il significato che esso ha per la vita di un’intera regione. Solo lasciandosi cullare dalle sue acque è possibile apprezzarla interamente.

Lorenzo Berti

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